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patrocinante davanti ai tribunali ecclesiastici

Nullità del matrimonio religioso
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Nullità del matrominio religioso / Intervista a Rafael Navarro Valls

Intervista al professori Rafael Navarro Valls
(Insegnante di Diritto Canonico)

"Non è la validità del matrimonio quella che deve essere provata in un processo, bensì la sua nullità, attraverso prove sufficientemente solide", spiega il Professor Navarro, insegnante di Diritto Canonico della Facoltà di diritto dell'università Complutense di Madrid (Spagna). Nel suo discorso ai membri della Rota Romana, Giovanni Paolo II ha posto l'accento sul "favor iuris" previsto dal diritto canonico, principio per il quale si ha la presunzione della validità del matrimonio sino a che non venga dimostrato il contrario. A tal fine è orientato il processo di nullità matrimoniale, i cui aspetti fondamentali sono chiariti dal Professor Navarro in questa intervista.

Che differenza c'è tra la nullità e la dissoluzione del vincolo?

Esistono nel diritto civile ed in quello canonico tre figure diverse che, per il fatto di avere degli effetti comuni, tendono a confondersi tra loro: la separazione, la nullità e la dissoluzione. La nullità del matrimonio significa che il vincolo, ossia il matrimonio, non è mai esistito. Da ciò deriva il fatto che non siano mai nati i diritti ed i doveri coniugali. Ciò che è nato è un'apparenza di matrimonio che non corrisponde alla realtà, e che la sentenza, dichiarando la nullità, rende manifesta. Nel caso della dissoluzione esiste un vincolo coniugale, ossia il matrimonio è nato veramente, dando luogo a diritti e doveri veramente matrimoniali. Tuttavia questo vincolo può essere sciolto per la morte di uno dei due coniugi o in alcuni altri casi. Questi altri casi nel diritto civile sono frequenti attraverso il divorzio mentre nel diritto canonico sono eccezionali (il caso più frequente è la mancanza di consumazione del matrimonio). Infine la separazione dei coniugi suppone la semplice sospensione di diritti e doveri coniugali, senza la rottura del vincolo, di modo che i coniugi non possono contrarre un nuovo matrimonio. Se contraggono un nuovo matrimonio civile, poiché il diritto civile lo consente - per esempio perché hanno ottenuto un divorzio - questo nuovo matrimonio non può essere valido per il diritto canonico.

Chi può chiedere la dichiarazione di nullità del matrimonio?

Non tutti possono chiedere la nullità di un matrimonio concreto. Nelle cause di nullità matrimoniale la legittimazione ad agire è riservata ai due coniugi e al Promotore di Giustizia (colui che nel processo civile è chiamato Pubblico Ministero). Quest'ultimo però può agire solamente quando la nullità è pubblica e sempre qualora non sia possibile e conveniente convalidare il matrimonio. Se durante il processo uno dei due coniugi muore ne nascerà quello che nella terminologia processuale è chiamato "successione di una parte" e il processo proseguirà con il suo successore o con una persona legittimamente interessata. Però il matrimonio la cui causa di nullità non si incardinò quando entrambi i coniugi erano in vita, non può essere impugnato dopo la morte di uno dei due o di entrambi, a meno che la questione della sua validità sia pregiudiziale per risolvere un'altra controversia: per esempio risolvere una questione ereditaria, per la quale sia necessario sapere con certezza se c'era un matrimonio valido tra loro.

Quali sono le cause che possono portare alla dichiarazione di nullità di un matrimonio?
Giuridicamente il matrimonio poggia su tre aspetti:

  • il primo è la capacità delle parti, come dire, la assenza di impedimenti matrimoniali: per esempio, età sufficiente, essere già sposato con un'altra persona, avere una relazione di parentela;

  • il secondo è il libero consenso, che presuppone la capacità di esprimere detto consenso, ossia , la maturità dei futuri coniugi, la capacità di assumere gli oneri derivanti dal matrimonio e il sufficiente uso di ragione. Inoltre, tale consenso, non deve essere viziato da violenza o timore grave, errore (soprattutto quando è provocato da un inganno), e non essere né simulato né condizionato;

  • il terzo è la forma di celebrazione del matrimonio, che deve essere quella canonica, quando uno dei due contraenti è cattolico e non si è allontanato dalla Chiesa con un atto formale (per esempio con la conversione ad un'altra religione); la forma canonica implica la celebrazione del matrimonio davanti ad una persona designata dal diritto canonico, normalmente il parroco o l'Ordinario del luogo, e davanti ad almeno due testimoni;

Quando nel matrimonio manca uno di questi tre aspetti fondamentali, il vincolo non arriva a nascere validamente da un punto di vista giuridico. Esiste quindi soltanto una parvenza di matrimonio valido, che può essere distrutta in un processo giudiziale, con prove inconfutabili che conducano il Tribunale Ecclesiastico alla morale certezza della sua invalidità, della sua inesistenza, che si esprime poi nella conseguente sentenza di nullità.

La nullità che riconosce la Chiesa è una forma particolare di divorzio per i cattolici?

Il concetto di divorzio, inizialmente, significava solamente una separazione materiale degli sposi, senza toccare in alcun modo il vincolo coniugale. Quando questo termine passò al diritto civile, assunse un altro significato, trasformandosi nella rottura del vincolo matrimoniale con la possibilità per gli sposi di contrarre un nuovo matrimonio. Questo significato è estraneo al diritto canonico. Per questo la nullità non è una specie di divorzio ecclesiastico, ma una istituzione che ha il significato di dichiarare la invalidità (la inesistenza) di un matrimonio. Come ho detto prima, quello che fa un Tribunale Ecclesiastico è dichiarare che un matrimonio non è mai esistito, quello che si era esistito era la sua semplice apparenza. E' bene chiarire che non si tratta di una figura esclusiva del diritto canonico. Anche nel diritto civile esiste la nullità, che è un concetto differente da quello di divorzio. In sintesi: la nullità (sia ecclesiastica che civile) è una istituzione chiaramente diversa dal divorzio. Dire che la nullità è una specie di divorzio significa disconoscere tanto il significato di entrambi i termini quanto la esistenza della nullità matrimoniale anche nel diritto civile.

Esiste la concezione che i processi di nullità sono molto lunghi, complessi e costosi, praticamente inaccessibili per la gente comune. Che cosa c'è di vero in tutto questo?

Sono tre termini molto concreti: lunghi, complessi e costosi, analizziamoli partendo dall'ultimo. Quasi il 50% delle cause di nullità si inoltrano con il patrocinio gratuito, ossia senza costi per i coniugi. Un'altra percentuale apprezzabile gode di una riduzione delle spese, ossia dette cause si inoltrano con un dispendio economico minore di quello normalmente esigibile. La possibile onerosità comunque non dipende mai dalla Chiesa bensì dagli avvocati che patrocinano la causa. Tra di loro esiste di tutto, professionisti che chiedono onorari molto ragionevoli, altri che cercano di adattarsi alle reali possibilità dei clienti, alcuni, infine, come succede in tutti i campi giuridici, che chiedono somme esorbitanti. In tutti i modi questi ultimi sono una minoranza, e comunque esiste una disposizione del Codice di Diritto Canonico che proibisce espressamente le parcelle eccessive (can. 1488). Inoltre, è stato introdotta, nello stesso codice, (can. 1490) una disposizione interessante per proteggere le parti nel processo: la possibilità di un avvocato stabilmente insediato presso i tribunali e che riceva dal tribunale medesimo un onorario, in modo che le parti possano beneficiare della sua competenza tecnica e della economicità della sua opera. Quanto alla rapidità, nei tribunali ecclesiastici esistono, come in quelli civili, giudici diligenti e altri fannulloni. Però la maggioranza dei processi si esaurisce in un anno, o, al massimo, in due, secondo la complessità della causa. Come dire, in un tempo ragionevole. Questo ci porta alla terza questione: la complessità delle cause canoniche. Anche qui si deve distinguere tra quelle molto semplici e quelle molto complicate. Esistono cause (per esempio quelle basate sulla esistenza di alcuni impedimenti o difetti di forma) nelle quali il processo si accelera al massimo, precisamente in virtù dell'esistenza di una prova documentale grazie alla quale consta con certezza l'esistenza di un impedimento dirimente (per esempio l'impedimento del vincolo, che impedisce la bigamia) o un difetto di forma. E' il processo documentale di nullità, la cui complessità è molto scarsa e la rapidità di soluzione massima. Altri processi tuttavia, esigono complicate prove periziali che rendono il processo più prolungato e la causa più complessa: per esempio, quelle nelle quali la questione della validità del matrimonio poggia sulla incapacità a prestare il consenso (can. 1095).Così che tutto dipende dalla natura della causa. Parlare di complessità in tutti i modi è una generalizzazione errata. La complessità del processo è, nel suo caso, una conseguenza della complessità delle situazioni umane che l'hanno originata; ed anche una dimostrazione che il diritto della Chiesa prende sul serio il matrimonio e non giudica le cause matrimoniali con leggerezza o precipitazione.

Molte ragioni, anche di ordine interiore, possono viziare il consenso al momento della celebrazione del matrimonio. Non crede che in molte occasioni è praticamente impossibile discernere una questione così soggettiva?
La chiave del matrimonio canonico è che l'atto che da vita alla relazione coniugale sia un atto veramente volontario. Questo è in special modo importante nel sacramento del matrimonio, nel quale i ministri sono gli stessi contraenti. L'atto volontario ha una genesi psicologica che comporta una relazione causa-effetto o motivazione-decisione che sbocchi in un atto libero, ossia che il soggetto abbia operato con capacità di determinarsi per se stesso e operare o non operare, per realizzare un atto o l'altro. Dobbiamo diffidare di quelle posizioni che sostengono la tesi del "determinismo intellettuale" nel senso che la volontà non possa fare altro che ciò che le viene presentato per mezzo dell'intelletto, poiché la scelta si poggia nella valutazione dei mezzi presentati dalla ragione, però non si identifica essenzialmente con gli stessi. Naturalmente, quando si pone in dubbio la libertà o volontarietà dell'atto che contiene la volontà coniugale, ci si deve addentrare in luoghi molto complessi della psiche umana, della soggettività. Però questa analisi, senza dubbio delicata, non è impossibile. Difficoltà di prova non significa impossibilità. Tuttavia, la prevalenza della volontà nella costituzione del matrimonio non deve portare alla esaltazione del psicologismo e a una dittatura sul giudice da parte dei periti psichiatri. Contro questa impostazione, ha avvertito molte volte Giovanni Paolo II, insistendo che il giudice, non il perito, è colui che detiene la facoltà di avvalorare quanto allegato e provato secondo la sua coscienza, fino ad acquisire la certezza morale sulla effettiva esistenza della causa di nullità. Nel caso contrario deve decidere che "no consta" la nullità del matrimonio messo in discussione. Questo è qualcosa che non si deve dimenticare, non è la validità del matrimonio quella che si deve provare in un processo bensì la sua nullità, attraverso prove sufficientemente solide.

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Intervista al professori Rafael Navarro Valls
(Insegnante di Diritto Canonico)

"Non è la validità del matrimonio quella che deve essere provata in un processo, bensì la sua nullità, attraverso prove sufficientemente solide", spiega il Professor Navarro, insegnante di Diritto Canonico della Facoltà di diritto dell'università Complutense di Madrid (Spagna). Nel suo discorso ai membri della Rota Romana, Giovanni Paolo II ha posto l'accento sul "favor iuris" previsto dal diritto canonico, principio per il quale si ha la presunzione della validità del matrimonio sino a che non venga dimostrato il contrario. A tal fine è orientato il processo di nullità matrimoniale, i cui aspetti fondamentali sono chiariti dal Professor Navarro in questa intervista.

Che differenza c'è tra la nullità e la dissoluzione del vincolo?

Esistono nel diritto civile ed in quello canonico tre figure diverse che, per il fatto di avere degli effetti comuni, tendono a confondersi tra loro: la separazione, la nullità e la dissoluzione. La nullità del matrimonio significa che il vincolo, ossia il matrimonio, non è mai esistito. Da ciò deriva il fatto che non siano mai nati i diritti ed i doveri coniugali. Ciò che è nato è un'apparenza di matrimonio che non corrisponde alla realtà, e che la sentenza, dichiarando la nullità, rende manifesta. Nel caso della dissoluzione esiste un vincolo coniugale, ossia il matrimonio è nato veramente, dando luogo a diritti e doveri veramente matrimoniali. Tuttavia questo vincolo può essere sciolto per la morte di uno dei due coniugi o in alcuni altri casi. Questi altri casi nel diritto civile sono frequenti attraverso il divorzio mentre nel diritto canonico sono eccezionali (il caso più frequente è la mancanza di consumazione del matrimonio). Infine la separazione dei coniugi suppone la semplice sospensione di diritti e doveri coniugali, senza la rottura del vincolo, di modo che i coniugi non possono contrarre un nuovo matrimonio. Se contraggono un nuovo matrimonio civile, poiché il diritto civile lo consente - per esempio perché hanno ottenuto un divorzio - questo nuovo matrimonio non può essere valido per il diritto canonico.

Chi può chiedere la dichiarazione di nullità del matrimonio?

Non tutti possono chiedere la nullità di un matrimonio concreto. Nelle cause di nullità matrimoniale la legittimazione ad agire è riservata ai due coniugi e al Promotore di Giustizia (colui che nel processo civile è chiamato Pubblico Ministero). Quest'ultimo però può agire solamente quando la nullità è pubblica e sempre qualora non sia possibile e conveniente convalidare il matrimonio. Se durante il processo uno dei due coniugi muore ne nascerà quello che nella terminologia processuale è chiamato "successione di una parte" e il processo proseguirà con il suo successore o con una persona legittimamente interessata. Però il matrimonio la cui causa di nullità non si incardinò quando entrambi i coniugi erano in vita, non può essere impugnato dopo la morte di uno dei due o di entrambi, a meno che la questione della sua validità sia pregiudiziale per risolvere un'altra controversia: per esempio risolvere una questione ereditaria, per la quale sia necessario sapere con certezza se c'era un matrimonio valido tra loro.

Quali sono le cause che possono portare alla dichiarazione di nullità di un matrimonio?
Giuridicamente il matrimonio poggia su tre aspetti:

Quando nel matrimonio manca uno di questi tre aspetti fondamentali, il vincolo non arriva a nascere validamente da un punto di vista giuridico. Esiste quindi soltanto una parvenza di matrimonio valido, che può essere distrutta in un processo giudiziale, con prove inconfutabili che conducano il Tribunale Ecclesiastico alla morale certezza della sua invalidità, della sua inesistenza, che si esprime poi nella conseguente sentenza di nullità.

La nullità che riconosce la Chiesa è una forma particolare di divorzio per i cattolici?

Il concetto di divorzio, inizialmente, significava solamente una separazione materiale degli sposi, senza toccare in alcun modo il vincolo coniugale. Quando questo termine passò al diritto civile, assunse un altro significato, trasformandosi nella rottura del vincolo matrimoniale con la possibilità per gli sposi di contrarre un nuovo matrimonio. Questo significato è estraneo al diritto canonico. Per questo la nullità non è una specie di divorzio ecclesiastico, ma una istituzione che ha il significato di dichiarare la invalidità (la inesistenza) di un matrimonio. Come ho detto prima, quello che fa un Tribunale Ecclesiastico è dichiarare che un matrimonio non è mai esistito, quello che si era esistito era la sua semplice apparenza. E' bene chiarire che non si tratta di una figura esclusiva del diritto canonico. Anche nel diritto civile esiste la nullità, che è un concetto differente da quello di divorzio. In sintesi: la nullità (sia ecclesiastica che civile) è una istituzione chiaramente diversa dal divorzio. Dire che la nullità è una specie di divorzio significa disconoscere tanto il significato di entrambi i termini quanto la esistenza della nullità matrimoniale anche nel diritto civile.

Esiste la concezione che i processi di nullità sono molto lunghi, complessi e costosi, praticamente inaccessibili per la gente comune. Che cosa c'è di vero in tutto questo?

Sono tre termini molto concreti: lunghi, complessi e costosi, analizziamoli partendo dall'ultimo. Quasi il 50% delle cause di nullità si inoltrano con il patrocinio gratuito, ossia senza costi per i coniugi. Un'altra percentuale apprezzabile gode di una riduzione delle spese, ossia dette cause si inoltrano con un dispendio economico minore di quello normalmente esigibile. La possibile onerosità comunque non dipende mai dalla Chiesa bensì dagli avvocati che patrocinano la causa. Tra di loro esiste di tutto, professionisti che chiedono onorari molto ragionevoli, altri che cercano di adattarsi alle reali possibilità dei clienti, alcuni, infine, come succede in tutti i campi giuridici, che chiedono somme esorbitanti. In tutti i modi questi ultimi sono una minoranza, e comunque esiste una disposizione del Codice di Diritto Canonico che proibisce espressamente le parcelle eccessive (can. 1488). Inoltre, è stato introdotta, nello stesso codice, (can. 1490) una disposizione interessante per proteggere le parti nel processo: la possibilità di un avvocato stabilmente insediato presso i tribunali e che riceva dal tribunale medesimo un onorario, in modo che le parti possano beneficiare della sua competenza tecnica e della economicità della sua opera. Quanto alla rapidità, nei tribunali ecclesiastici esistono, come in quelli civili, giudici diligenti e altri fannulloni. Però la maggioranza dei processi si esaurisce in un anno, o, al massimo, in due, secondo la complessità della causa. Come dire, in un tempo ragionevole. Questo ci porta alla terza questione: la complessità delle cause canoniche. Anche qui si deve distinguere tra quelle molto semplici e quelle molto complicate. Esistono cause (per esempio quelle basate sulla esistenza di alcuni impedimenti o difetti di forma) nelle quali il processo si accelera al massimo, precisamente in virtù dell'esistenza di una prova documentale grazie alla quale consta con certezza l'esistenza di un impedimento dirimente (per esempio l'impedimento del vincolo, che impedisce la bigamia) o un difetto di forma. E' il processo documentale di nullità, la cui complessità è molto scarsa e la rapidità di soluzione massima. Altri processi tuttavia, esigono complicate prove periziali che rendono il processo più prolungato e la causa più complessa: per esempio, quelle nelle quali la questione della validità del matrimonio poggia sulla incapacità a prestare il consenso (can. 1095).Così che tutto dipende dalla natura della causa. Parlare di complessità in tutti i modi è una generalizzazione errata. La complessità del processo è, nel suo caso, una conseguenza della complessità delle situazioni umane che l'hanno originata; ed anche una dimostrazione che il diritto della Chiesa prende sul serio il matrimonio e non giudica le cause matrimoniali con leggerezza o precipitazione.

Molte ragioni, anche di ordine interiore, possono viziare il consenso al momento della celebrazione del matrimonio. Non crede che in molte occasioni è praticamente impossibile discernere una questione così soggettiva?
La chiave del matrimonio canonico è che l'atto che da vita alla relazione coniugale sia un atto veramente volontario. Questo è in special modo importante nel sacramento del matrimonio, nel quale i ministri sono gli stessi contraenti. L'atto volontario ha una genesi psicologica che comporta una relazione causa-effetto o motivazione-decisione che sbocchi in un atto libero, ossia che il soggetto abbia operato con capacità di determinarsi per se stesso e operare o non operare, per realizzare un atto o l'altro. Dobbiamo diffidare di quelle posizioni che sostengono la tesi del "determinismo intellettuale" nel senso che la volontà non possa fare altro che ciò che le viene presentato per mezzo dell'intelletto, poiché la scelta si poggia nella valutazione dei mezzi presentati dalla ragione, però non si identifica essenzialmente con gli stessi. Naturalmente, quando si pone in dubbio la libertà o volontarietà dell'atto che contiene la volontà coniugale, ci si deve addentrare in luoghi molto complessi della psiche umana, della soggettività. Però questa analisi, senza dubbio delicata, non è impossibile. Difficoltà di prova non significa impossibilità. Tuttavia, la prevalenza della volontà nella costituzione del matrimonio non deve portare alla esaltazione del psicologismo e a una dittatura sul giudice da parte dei periti psichiatri. Contro questa impostazione, ha avvertito molte volte Giovanni Paolo II, insistendo che il giudice, non il perito, è colui che detiene la facoltà di avvalorare quanto allegato e provato secondo la sua coscienza, fino ad acquisire la certezza morale sulla effettiva esistenza della causa di nullità. Nel caso contrario deve decidere che "no consta" la nullità del matrimonio messo in discussione. Questo è qualcosa che non si deve dimenticare, non è la validità del matrimonio quella che si deve provare in un processo bensì la sua nullità, attraverso prove sufficientemente solide.

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